La vicenda letteraria di Paolo Rabissi, al suo esordio pubblico con la presente raccolta di poesie, ha origini piuttosto lontane.
Risale a diversi anni fa, agli anni della sua giovinezza, trascorsa in gran parte nelle Puglie, dove la famiglia si era trasferita da Trieste, nel secondo dopoguerra, a seguito delle revisioni di frontiera con la Jugoslavia.
Rabissi aveva compiuto il suo normale percorso di studi laureandosi in lettere e quindi insegnando a sua volta. Ma non aveva dimenticato il suo passato e soprattutto il suo passato non si era dimenticato di lui, ed eccolo tornare in forma di poesia.
Una poesia intenta a descrivere e che indugia sulle immagini di quel “mondo fluttuante” cui il tempo ha apposto il suo malinconico suggello.
Nella raccolta della prima sezione, intitolata Fughe..., di quel mondo le pagine danno conto in brevi ma intensi capitoli, dove le suggestioni e le esperienze, che fanno della giovinezza un “unicum”, vengono ripercorsi con mano ferma dalla poesia.
Anche nella successiva sezione, che viene proposta con il titolo di “Paesaggi”, il lettore avrà modo di apprezzare la magistrale sobrietà del linguaggio, l’intensità dello sguardo e quel tono colloquiale che fanno della poesia un momento in cui lo spirito si riconcilia con la vita.
Nota di Giampiero Neri a Città alta, Dialogolibri 2001
…Ecco allora disegnarsi, sullo sfondo di un disadorno paesaggio della costa, un Sud di pescatori e contadini scandito da gesti quotidiani e riti che un altro italiano – ma lì immigrato – osserva con occhio stupito, ora partecipe, ora diffidente. Su questo sfondo dove il mare ha una sua parte (ma anche in altri contesti) si accampano individui che vivono appunto l'estraneità o si palesano in qualche atto generoso o meschino, o incarnano i modelli dolenti del superstite, dell'abbandonato, del dubitante, o esprimono una sorta di disadattata “stranezza”, o patiscono qualche impreveduta disavventura ed elaborano tattiche e procedimenti di resistenza e sopravvivenza (rivelando saggezza o sprovvedutezza), o si incontrano muti senza tra loro comunicare, o magari hanno fatto tra noi solo una fugace comparsa e già sono stati inghiottiti dal tempo.
Con l'occhio di un osservatore sensibilissimo, ma che controlla le proprie commozioni, Rabissi coglie acutamente le regole che innervano una “società stretta” (titolo, infatti, di una sezione del libro), ma va ben oltre, appuntandosi anche sugli affetti e sulle fratture generazionali, sulle tappe faticose del crescere e la difficile scoperta del mondo, sulle rivalità, i conflitti e le prove di forza (con relativi giochi di guerra) che segnano l'infanzia e l'adolescenza, sui meccanismi di inclusione e di esclusione che spesso sono mimesi dell'universo adulto. Rabissi è infatti attento alle componenti aggressive – represse o manifeste – che muovono i giovani e possono tradursi in sopraffazioni, ma anche in frustrazione e tristezza o, all'opposto, in impeto felice o in semplice e potente sogno.
dalla Nota di Tiziano Rossi a La ruggine, il sale, Lietocolle 2004
La poesia di Paolo Rabissi si affida allo stile diretto in quanto corrispondente di una precisa concezione dell'oggetto estetico, la cui discontinuità ontologica presuppone una discontinuità sintattica quale metodologia di approssimazione al reale. Altro elemento caratterizzante la scrittura di Paolo Rabissi è fornito dalla tensione verso l'impersonalità della visione, quasi che il soggetto della percezione attinga la visione complessa mediante ripetute e continue stratificazioni e sovrapposizioni delle singole percezioni, e il testo risultante non sarebbe altro che una serie di impressioni fissate sulla lastra fotografica della scrittura. La metafora, assai rara ma ben presente, quando saltuariamente fa la sua comparsa, ha la sua funzione di legame interpretativo tra le immagini sovrapposte. Per dirla con una famosa distinzione di Pound, il quale contrapponeva la 'metafora interpretativa' di Cavalcanti alla 'metafora ornamentale' del Petrarca, la metafora interpreattiva di Rabissi è funzionale alla sua scrittura algebrica e al suo realismo integrale. I prototipi di questo tipo di poesia in area lombarda possono essere indicati in Giampiero Neri e lo stesso Tiziano Rossi che firma la nota critica al volume. Dal punto di vista stilistico, è degno di nota che il realista integrale o iperrealista si affidi al senso comune e rimanga fedele all'evidenza dei sensi, prediliga la sensazione all'eufonia, prediliga la tattilità della scrittura piuttosto che la leggerezza semantica dei significanti e resti attaccato all'evidenza della significazione e quindi al denotatum.
Recensione di Giorgio Linguaglossa su Poiesis
Se tutto è detto chiaramente, evocato nella forma di scatti fotografici, di immagini che mancano di suoni e sfarfallano in un bianco e nero da pellicola scaduta, l’infanzia è già superata, la crescita è una questione di animali che si sfidano e si braccano: "In quella vicenda immateriale/ l’adolescenza si metteva alla prova/ poco dopo l’innocenza". Il libro sembra respirare tutto in attesa della descrizione di quella ruggine, di quel sale; di una spiaggia bruciata dalla luce in cui si rappresenta un romanzo di formazione.
Cosa in questo libro rimane celato, conservato? Cosa ci lascia da scoprire? Nella sezione “Interno con orto” – l’indicazione di un luogo appartato, più intimo, dunque - un breve inciso ci dice: "Padre che volevo farti da padre/ per dirti la mira e il bersaglio". Subito dopo segue il bellissimo testo: "Se un padre, atteso/ compare all’improvviso/ il bambino di sei anni/ è assalito da sgomento; (vedi in “Città alta”, Dialogolibri, 2001: "I figli talvolta riconoscono i padri/ anche attraverso i vetri").
Il mimetismo di cui parlavo all’inizio, è qui toccato nel suo punto di massima resa; da una parte ci suggerisce un contatto con una poetica che dichiara e corteggia le forme nel loro essere presente: "si facevano lambire dall’acqua/ lasciando impronte leggere"; dall’altra, prepotentemente, rimanda a un testo di Sandro Penna in cui l’assenza si alimenta del peso del mondo, del nostro non essere stati totalmente battezzati. Io resto in riva di un mare sonoro; quel “sonoro” è la traccia di una presenza che si dilegua, che ha lasciato di sé solo un odore impresso nella luce: un dono per la poesia.
Recensione di Sebastiano Aglieco su La Mosca di Milano
Da Città alta
DIALOGOlibri 2001
Le infanzie veloci calzano pietre,
di poca polvere.
Sostano a incroci di qualche luce,
acqua senza storia da un cielo.
Rasentano un muro
calce su calce
danno orecchio alla vita che nasce
ne chiedono il nome
per essere nominate.
I
Prima che la strada entri in casa
o si rovesci la bambolina
trattenuta da un elastico al geranio...
c’è un muretto che salva, cinta
due metri per due di terra durissima
che si scrosta appena con le unghie,
nel sole d’inverno più bianco
con quei passanti radi
da un momento all’altro la strada
entra in casa, l’elastico cede...
in un modo o nell’altro il muretto salva,
unica via di fuga
la voragine accanto, là il nero delle pietre
apre
II
Per uscire sulla strada parallela
fai portone corte portone,
lo apri e ci sei,
da lì, ogni giorno, il mare s’intravede.
Il più è quell’attraversamento.
In solitudine, a sera, dicono di topi
grossi come gatti.
Con la pioggia la distanza raddoppia,
eppure è l’acqua di tutti i giorni.
V
Dalla strada in salita
ci sono due possibilità,
il mare a est, i quartieri più bassi a ovest.
Quest’ultima è scelta con rischio.
Le opinioni sono discordi, nell’insieme
la fama resta terra terra. Si mormora
di passioni mal dirette, a sera
i lampioni restano spenti. Le strade
stringono verso il fondo.
Da lì a volte sale un brusio, crescente.
VIII
Nel corridoio buio, sulla ringhiera,
l’ovale di gatto magro
ha occhi spalancati.
L’equivoco è pensare
che sia lì per impedire il passaggio.
In caso di zuffa può cadere di sotto
sulla scala ripida
che scende dai rabbiosi . E’ incerto
se sia per fame.
Lascia sugli avambracci
due triplici righe di sangue, divergenti.
Piazzale Corvetto
Te lo tieni
lo sguardo caparbio
come se i prati a papaveri
a piazza Corvetto fossero lì.
Sarà una fantasia a fiamme fredde
come l’inverno del cavalcavia
che abbrevia la luce. Basterà
per scaldare la scena. Poi
cambieranno i fondali di nuovo.
Lo tieni a te
lo sguardo caparbio di fiabe.
Da La ruggine, il sale
Edizioni Lietocolle 2004
dalla sezione Santo Spirito degli sfollati
1
Che legame ci fosse tra il carrubo
e la ferrovia in alto
se lo chiedeva incrociandoli
con lo sguardo. Girando su di sé, lo zingaro
faceva trottare la cavalla.
La soluzione sembrò venire
quando un treno trapassò veloce
dentro la pianta. Era un’illusione,
a binari vuoti carrubo e ferrovia
tornavano a dire un senso.
La cavalla era contenta così.
3
Insulti sono in dialetto,
tono di voce e strepito di sillabe
bastano a confondere,
in caso di replica non serve senso
serve mulinare braccia e gridare,
come bestia ferita.
5
Avvertono dei malintenzionati, anzi li allontanano.
E’ gente pietosa, offre acqua fresca
e riparo dalla pioggia afosa.
La vecchia accudisce due giare
nel sottoscala. Quando piove dalla porta
s’intravedono le lastre del marciapiede,
luccicano come l’olio nella giara.
6
Le statue dei due giovani medici
(avevano subito il martirio)
comparvero. Le offerte
puntate sugli abiti d’oro.
Tra rosari e ceri accesi
la devozione trovava la strada.
Al centro del corteo donne
procedevano in ginocchio
insanguinando lastre di pietra.
Ragazzini stringevano lupini,
castagne secche nelle tasche.
9
Bagnanti impietriscono al sole.
Fanno a gara a perdersi.
Se muovono la testa è lentamente.
Come testuggini.
Per questo il tempo si ferma,
la nudità scavalca ore senza fine,
nei millenni solo la roccia ha ceduto,
nelle ferite si deposita sale. Ossa
e schiene sono sempre le stesse.
11
Se si tratta di onorare qualche santo
lasciando i campi, la scogliera si copre
di tende improvvisate, le stanghe del carro
puntate al cielo. Tolgono le bende
a tegami di pasta, cotta all’alba.
La vecchia vestita di nero prega lei per tutti.
Il cavallo piscia urina rovente.
14
Se onde piccole sulla ghiaia
Si disfano in schiume brevi,
è l’udito il senso più toccato.
Solo in apparenza lo sguardo
è al centro, a sole ormmai caduto
coglie ombre definitive nell’acqua.
L’udito in retrovia accoglie
ritmo, frequenza. Li manda per il corpo,
li appunta in memoria.
dalla sezione Interno con orto
Se un padre, atteso,
compare all’improvviso,
il bambino di sei anni
è assalito da sgomento.
Non sa se godere libero
dell’incontro promettente
o cedere sin d’ora
al vuoto malinconico
della prossima partenza.
Il combattimento è allo stremo.
A malapena lo stipite
sostiene la fronte.
… zitti zitti piano piano
senza fare confusione…
cantava per casa il tenore in falsetto.
Che legame ci fosse tra tono di voce
e imminente partenza di lui
se lo chiese a lungo il ragazzino.
Il motivo invece gli rimase in mente.
Lungomare
Scavalcarono a sera il cancello più alto.
Qualcuno ricordava il vento gelido,
altri, di limoni acerbi,
s’erano gonfiati le tasche.
Finirono col tirarseli.
Chi non c’era stato ne raccolse uno,
spaccato.
Dall’odore che portò in mano
Sentì che c’era stato anche lui.
dalla sezione Il ruggine, il sale
V
Competevano tutti
come fosse a rischio la sopravvivenza.
Inservibili aurore e tramonti
la notte sfuggente,
la lama affilata del giorno, quando colpiva
mostrando la ruggine e il sale,
svelava desideri, risorse.
Violando confini scoprivano limiti.
XIV
Nella stanza al piano superiore
sere solitarie senza tatti senza odori
generanti fantasie.
Nella stanza al piano superiore
inceppava i sensi la solitudine.
La sua necessità dimezzava,
colpiva al centro il corpo
come appare il bastone spezzato nell’acqua.
I sensi, crudi come l’acqua,
restavano a mezz’aria irrisolti.
Era l’ora in cui sembrava desiderabile
almeno una volta
essere schiavo se non padrone.
Da Orchestra, Poeti all’opera
(direttore Giampiero Neri)
Edizioni Lietocolle 2008-11-01
DEL VOSTRO PREMERE LA MANO
SULL’AVAMBRACCIO
Del vostro premere la mano sull’avambraccio,
del vostro aderire con il corpo al nostro
non so se è stato detto abbastanza,
potrebbe sembrare tardivo
anche con le gemme sugli alberi.
Seguiremo l’inclinazione
a goderne senza ringraziamenti
dato che il piacere è reciproco
anche se per l’avventarsi di un’auto
o per il fragore del tram
la vostra stretta si fa più forte.
Si tratta solo di attimi
durante i quali non a caso
si parla d’altro
attenti alla strada, alle storie
che chiedono parole.
Sono nato a Trieste nel 1940 e vivo a Milano dagli anni cinquanta. Ho insegnato letteratura italiana e storia in un I.T.C. milanese. Dopo aver coltivato per decenni la poesia in privato e tra pochi amici, ho cominciato a pubblicare superati i cinquantanni. Le mie poesie compaiono su numerose antologie, riviste e anche siti web. Ho pubblicato una plaquette di 20 poesie con DIALOGOlibri intitolata Città alta (2001) e una raccolta più consistente con le edizioni Lietocolle intitolata La ruggine, il sale (2004). Ho scritto e pubblicato saggi su autori italiani e stranieri. Ho partecipato a lungo ai lavori di direzione de La Mosca di Milano ed attualmente sono direttore della rivista di poesia e ricerca Il Monte Analogo.
Paolo Rabissi
email: paolorabissi@tiscali.it