ANTOLOGIA CRITICA (PRIMA E DOPO IL FUOCO)
LA SECONDA MUTA
GB. – Il Trionfo Della Morte
“L’ingegno viene formato dal carattere del linguaggio, non il linguaggio dal carattere di coloro che lo parlano” dice il Vico e Cassirer: “L’uomo non solo pensa il mondo attraverso il linguaggio: la sua visione del mondo è già determinata dal suo linguaggio”
GB. ha visto da bambino, da ragazzo – gallurese di padre istriano-sloveno e ben presto orfano della madre – il volto della Gorgone; e le infinite maschere, gli innumeri mascheroni e le mascherate di Ciò che si crede, è creduto, Potere e non è che facciata, che vacua faccia e schiuma d’abisso, incontinente volontà e brama di potenza mai satolla. GB. l’ha fissata nell’occhio, nel suo sguardo el.em.en--t-ar-e e ne ha tratto – squadrandone il volto archaico, identico-e-diverso ogni momento, in eterna diuturna metamorfosi, le pieghe le rughe le occhiaie – una lezione ben più pregnante e profonda di quella impartita nelle accademie, proprio mentre l’immaginazione soggiace al diktàt delle c.d. scienze esatte.
Su due piani si è svolta la sua libera, autonoma ricerca di senso e di valori, fuori dalle accademie e istituzioni. Ha ricercato tutto ciò che potesse giovare a far di lui un artista completo (nella grafica, nella pittura, nella scultura, nell’incisione ecc.) affinandogli la sensibilità di base e il talento naturale e perseguito questo obiettivo andando a scuola direttamente dagli artisti di varie regioni d’Italia. Da questi ambienti ha tratto anche una parte dell’immaginario simbolico (surrealista, cubista, ecc.); ma il nucleo originale è da ricercarsi nella cultura popolare gallurese, nel tesoro di leggende e favole e tradizioni orali, che egli ha ricevuto in custodia da ragazzo dall’ambiente femminile. Di questo tesoro ha continuato a servirsi, per transmutare i materiali che ne attingeva via via, da idola auris in idola mentis e da imagini acustiche in imagini visuali. La cultura popolare, come ogni altra cultura, ha il suo fondamento nel linguaggio e nel linguaggio e nella scrittura che lo trasporta, più o meno fedelmente, è possibile fondare una interpretazione anche di tutte le arti. GB. si è parallelamente preoccupato della propria evoluzione spirituale, frequentando varie scuole esoteriche della tradizione occidentale.
Possiamo rintracciare due fasi nella sua opera. In una prima fase, grafica, egli ha “graffiato” il ritratto e la faccia abissiade, infernale, della Gorgone segnando, incidendo, figurandone il viso e il corpo nella sua vuotaggine gommosa, da waste-land inredimibile. In una seconda, pittorica, - databile dalla sua entrata nella Rosacroce (1991) - prevale un paesaggio totalmente nuovo, man mano che l’artista giunge fortunosamente a intravedere almeno qualcuna delle stelle del paradiso. Necessario è stato il descensus averni, inevadibile per qualsiasi artista di un qualche valore; difficile e necessario l’ascensus, attraverso vari gironi e un più o meno lungo purgatorio, sino all’ideale paradiso. Dopo esser passato, tra l’altro, attraverso un concretissimo rogo nell’atelier di Ghilarza (17/12/01), il momento in cui il Fuoco lo ha visitato nella carne e nello spirito, come una novella fenice, risorta a mostrare i “miracoli” della trasfigurazione. Si potrebbe quindi di lui tramandare: “Va nell’acqua non si bagna, va nel fuoco non si brucia”, come nelle favole. Ormai padrone di tutti i suoi mezzi artistici, all’inizio del Nuovo Millennio, ci comunica con nuovi simboli i risultati della sua maturazione artistica e spirituale.
Il Nuovo Millennio, si voleva dire, si an-NUN-cia ancora più gorgonico dragonico e rettiliano, hora che l’occidente (una categoria mentale, prima che geografica) ha iniziato il suo Untergang, nel momento forse più caliginoso dell’Età del Ferro ( Kaliyuga ). Un momento epochale, in cui è quasi impossibile individuare un qualsiasi altro punto geografico geostorico geomagnetico, che non sia occidente, in frenetica titanica avanzata über-technologica, nano-secondo per nano-secondo; e sempre più di frequente, über-eugenetico e terato-genetico. SCHNELL! SCHNELL! Un yper-dantesco “vivere ch’è un correre alla morte”, “bufera infernal che mai non cessa”, presentita e predescritta dal fuggiasco poeta e profeta ghibellino almeno 666 anni prima (come da magistrale canone numerico, intarsiato nella Commedia e non solo, con altri numeri, del dimenticato canone archaico, studiato nel secolo scorso dal matematico, statistico e storico R. Benini).
Nella seconda fase, dicevo, uscito da un purgatorio durato un po’ troppo, affiorando a un paradiso che ignora quanto potrà durare - meno forse di quanto rimasero i leggendari proto-parenti, insidiati dallo stesso serpente, secondo alcuni rabbini -, GB. ci mostra lo sfarfallare più libero del suo spirito. ( Man mano che si alleggerisce delle troppe pesantezze, di cui aveva dovuto prendersi carico nella discesa; e di un comprensibile entusiasmo decorativistico-simbolico, che cede anche a un certo manierismo.) Il suo messaggio ora si fa sempre più trasparente, i pesanti veli trasfigurano in diafane, apofatiche forme, colte nella epifania del loro manifestarsi “semplici” e “purette”, nel loro tendere e appressarsi a quella Bellezza, che forse ancora potrebbe/ saprebbe salvare qualcosa del mondo magagnato dall’assenza dell’essere, nel laido trionfo del divenire e della morte. Perché la morte, qui, non è più quella Dea a cui il giovane Naciketas della “Katha Upanishad” va a porre la domanda fondamentale; ricevendone in risposta un “Mors ipsa nihil” e un incitamento a riconnettersi alla Coscienza Cosmica e all’Essere Assoluto; senza farsi mortificare dall’ars governandi del potere mondano dell’effimero apparire. Sarà forse una breve primavera, questa, in cui egli resta ancora qui, tra cielo e terra, tra le solite larve, le incallite maschere, gli inveterati cuori di pietra, i monstruosi gorgonici mascheroni, le facce e le facciate vuote di una hybristica Fiera, che volge al suo ciclico fine precessionale, ora che tutti i punti cardinali si omologano; invece di coincidere col punto spirituale, detto “orientale”, da molte scuole teosofiche e occidentali e orientali (cfr. in seno all’Islam, l’iranico Sohrawardi prima di Dante). Le stremate, esauste materie sottoposte a ogni skientifica tortura; le telluriche forze, le magnetiche metamorfiche eruzioni, vengono ora sottoposte a un continuo processo di purificazione, raffinazione, distillazione, sublimazione e transfigurazione, sino alla levitazione: un processo parallelo a quello affrontato dall’Artista, nel suo ascensus. Egli ha acceso un atanòr, un crogiolo alchemico, per la propria e la comune “pulizia”. Per contribuire a quell’Arte, che per Ananda Kumaraswami ( o Coomaraswamy, cfr. “Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte”, Adelphi, 2005) ha la missione di trasfigurare la Natura in arte. Il Paradiso era stato affidato all’antropo anche perché lo tenesse pulito! E il mondo avrebbe dovuto essere da lui conservato come un paradiso.
Contempliamo ancora il BUCO IN GOLA precocemente affiorato alla Imaginazione creatrice di GB. - assieme ai suoi “uomini vuoti”, alle sue maschere, ai suoi muri, alle sue giostre, alle sue grigliate d’uomini-pesci, ai corpi di gomma e a tutta la settecentesca idraulica fisiologica - più che 45 anni fa, all’alba della sua ispirazione, e tuttora presente nella sua grafica. Preannuncio di quest’altro buco nel respiro di Gaia!
Estendiamo ora la visione a un piccolo gruppo di artisti che ne incrociano in diverso modo il percorso. Parleremo di AA., Antonio Agriesti, e AA., Antonio Amore, e per gli ultimissimi anni di L’Altrange (vedere le pagine dedicate a questi poeti e artisti su ULU-LATE). GB. e AA.(Agriesti) si incontrano a MiLaNo 30 anni fa, qui inizia il loro compagnonaggio, proseguito negli anni successivi in Sardegna. (AA. tornava da un lungo viaggio in Kali-fornia e in Ohio, ove aveva visto, nel corso di 18 mesi, nel dopo-Vietnam, i preannunci della nuova “persuasione”, sempre meno occulta, technica ed esotherica in cantiere. E il nuovo monstrum mekkanico, che avrebbe spodestato i precedenti, accampandosi quale signore assoluto della mens mekkanica-probabilistica al potere; e intanto il pianeta si apprestava a ri-diventare il melting-pot di tutte le tribù in una post-comunistica globall torrefazione babilonica.) AA. (Amore), proveniente da Roma dove aveva appreso da Balla e da decenni dimorante tra Arborea e Oristano, è dapprima docente di GB. alla Scuola d’Arte di Oristano, diventa poi suo amico ed estimatore; diventa inoltre amico di Agriesti (che gli fornisce alcuni indispensabili strumenti culturali nel campo della critica dell’arte moderna e del quarto potere; scrive una presentazione a una sua mostra a Oristano; insieme realizzano “SeGNi”, testo di Agriesti e immagini di Amore. A Oristano i tre frequentano il poeta, storico, archeologo e direttore del’Antiquarium Arborense G. Pau, noto anche a intellettuali non sardi, come Dorfles e Argan). A completare il quadro, un paio d’anni prima delle ultime celebrazioni gramsciane giunge a Ghilarza col suo magnum opus pittorico L’Altrange (alias Gall), un altro “angelo” annunciatore di questo Occidente/Untergang. Così si forma, per affinità elettiva, un quartetto costituito da un gallurese, un franco-provenzale del sub-appennino dauno-irpino (Agriesti), un siculo catanese, un catalano.
“La scoperta dell’America” titola L’Altrange i suoi circa 111 pannelli ancora in mostra a Villa De Riu (ove GB. abitò per qualche tempo, ricevendo in visita, tra gli altri, il pittore cubista Ibrahim Kodra). Ed è la sua un’America simbolica, analogica; anzi, anagogica. Una poderosa sintesi orfica e simultaneamente storico-metastorica degli ultimi 5 secoli di un Occidente, straboccante da tutte le colonne d’Ercole, in una titanica eruzione di volontà di potenza, che ha avuto nel “navigare necesse est” il suo fuel . Chiaramente, per quell’eng-land (ristretto, angosciante angolo di terra), all’estremo occidente dell’Eurasia, il solo futuro era il Mare. Come lo era, presidiato il Mediterraneo non solo orientale dai Turchi e dall’Islam missionario, particolarmente anche per la Spagna e per il Portogallo. L’opera pittorica e scultorea, simbolica e trasfiguratrice del catanese Amore è a sua volta una sintesi dell’Occidente, del suo infirm-amen-to e della sua scomunicazione. Un Occidente in cui l’uomo terreno con la sua parola è ridotto a un “Bustianu” (Sebastiano/San Sebastiano) e il segno, il sigillo purissimo del Christòs (che compare anche nel volumetto surricordato “SeGNi”) si raffina sin quasi a scomparire; un diamante che torni, trasfigurando, alla sua folgore. L’operazione di Agriesti, iniziata a Sesto San Giovanni (MI) al principio del 1960, con un abbozzo di “Infernogenesi”, prosegue con una ricerca delle e nelle radici della civiltà occidentale attraverso una analisi ideofonica ed epifonica del Linguaggio, in cui si è espresso il suo interno Codice genetico, la correlativa Welt-an-schau-ung e il suo destino, nonché il suo messaggio. In “Poesie Nere” (che conteneva in appendice una versione omo-sillabica del “Corvo” di Pōē, recitata al CTH di MiLaNo negli anni Ottanta) è offerta una sintesi delle sue ricerche nel nucleo incandescente del pianeta linguistico materno, secondo un metodo epi-fonico atto a evocare la Vox della Dea apàtor e amètor ² e a suscitare momenti epifanici. Vedere varie sue composizioni poetiche, solo in parte edite, come ad esempio “Colomba d’Abisso”, dettata, ispirata da una cellula mythico-musicale slava, ma spaziante diacronicamente e sincronicamente per tutto il cosmo linguistico-metaforico indo-europeo). Tema centrale, in queste opere poetiche come nelle successive, è la critica RADICALE allo sviluppo del pensiero mekkanico, sin dalle sue lontane origini linguistiche e mitologiche; un tema ripreso nelle osservazioni linguistiche a “Medusa”, di prossima uscita. Alcune di queste sue opere vedono la luce per iniziativa e con il contributo artistico di GB, le cui tavole diventano parte sostanziale e integrante del messaggio simbolico contenuto nella lingua. Il mythos che all’uno parla verbalmente, per rivelazioni epi-fon-iche, all’altro parla per rivelazioni epi-fan-iche e i due modi espressivi si fecondano e illuminano a vicenda.
In comune questi artisti, reciprocamente alimentandosi di pensieri, di idee, di metafore, hanno avuto quello stesso sguardo, che aveva permesso a Pōē, a Melville, a Mark Twain, solo per citare tre geni del Nuovo Continente, di individuare il volto della Gorgone e della Sfinge insieme.
Nella situazione attuale, se GB. comprenderà che l’Arte può fare da sola, essendo essa stessa una rivelazione, una continua epifania, una delle tante vie – forse anche la più nobile – della tanto agognata Liberazione, vedrà unificarsi i suoi due percorsi e potrà produrre le opere più valide; così come è accaduto ad Amore. Ma prima dovrà anche alleggerirsi di un eccesso e di un intrico di simboli che non gli servono più; e non servono neppure a comunicare ad altri l’essenza del suo travaglio e del suo messaggio, frutti di una decennale ricerca di un Graal, che è alla sua portata, in tutta la sua trasparenza. Un percorso affine è stato quello di A. Amore, quando ha raggiunto, nei “cristi”, il più puro dei Segni e il più chiaro dei simboli – sintetizzando in esso l’essenza della sua vita artistica. Per Agriesti e L’Altrange il cammino verso la trasparenza e la trasfigurazione artistica appare, è ancora intralciato da un cumulo di considerazioni culturali storiche, filosofiche e linguistiche non risolte. E forse risolvibile soltanto con un altro “auto-da-fé”.
Antonio Agriesti
¹ Da cfr. con le ricerche di Chomsky e di Cavalli Sforza, che connettono lingue e codici genetici e con la ipotesi Whorf-Sapir, a cui sono connesse anche le mie ricerche, applicate nella mia produzione mitico-poetica a partire dagli anni Settanta. Occorre tener conto anche delle ricerche di alcuni futuristi russi, tra cui Chlebnikov
² Senza padre e senza madre: vedi U. Pestalozza, “Nuovi saggi di religione mediterranea”, Sansoni
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