Da Città alta
DIALOGOlibri 2001
Le infanzie veloci calzano pietre,
di poca polvere.
Sostano a incroci di qualche luce,
acqua senza storia da un cielo.
Rasentano un muro
calce su calce
danno orecchio alla vita che nasce
ne chiedono il nome
per essere nominate.
I
Prima che la strada entri in casa
o si rovesci la bambolina
trattenuta da un elastico al geranio...
c’è un muretto che salva, cinta
due metri per due di terra durissima
che si scrosta appena con le unghie,
nel sole d’inverno più bianco
con quei passanti radi
da un momento all’altro la strada
entra in casa, l’elastico cede...
in un modo o nell’altro il muretto salva,
unica via di fuga
la voragine accanto, là il nero delle pietre
apre
II
Per uscire sulla strada parallela
fai portone corte portone,
lo apri e ci sei,
da lì, ogni giorno, il mare s’intravede.
Il più è quell’attraversamento.
In solitudine, a sera, dicono di topi
grossi come gatti.
Con la pioggia la distanza raddoppia,
eppure è l’acqua di tutti i giorni.
V
Dalla strada in salita
ci sono due possibilità,
il mare a est, i quartieri più bassi a ovest.
Quest’ultima è scelta con rischio.
Le opinioni sono discordi, nell’insieme
la fama resta terra terra. Si mormora
di passioni mal dirette, a sera
i lampioni restano spenti. Le strade
stringono verso il fondo.
Da lì a volte sale un brusio, crescente.
VIII
Nel corridoio buio, sulla ringhiera,
l’ovale di gatto magro
ha occhi spalancati.
L’equivoco è pensare
che sia lì per impedire il passaggio.
In caso di zuffa può cadere di sotto
sulla scala ripida
che scende dai rabbiosi . E’ incerto
se sia per fame.
Lascia sugli avambracci
due triplici righe di sangue, divergenti.
Piazzale Corvetto
Te lo tieni
lo sguardo caparbio
come se i prati a papaveri
a piazza Corvetto fossero lì.
Sarà una fantasia a fiamme fredde
come l’inverno del cavalcavia
che abbrevia la luce. Basterà
per scaldare la scena. Poi
cambieranno i fondali di nuovo.
Lo tieni a te
lo sguardo caparbio di fiabe.
Da La ruggine, il sale
Edizioni Lietocolle 2004
dalla sezione Santo Spirito degli sfollati
1
Che legame ci fosse tra il carrubo
e la ferrovia in alto
se lo chiedeva incrociandoli
con lo sguardo. Girando su di sé, lo zingaro
faceva trottare la cavalla.
La soluzione sembrò venire
quando un treno trapassò veloce
dentro la pianta. Era un’illusione,
a binari vuoti carrubo e ferrovia
tornavano a dire un senso.
La cavalla era contenta così.
3
Insulti sono in dialetto,
tono di voce e strepito di sillabe
bastano a confondere,
in caso di replica non serve senso
serve mulinare braccia e gridare,
come bestia ferita.
5
Avvertono dei malintenzionati, anzi li allontanano.
E’ gente pietosa, offre acqua fresca
e riparo dalla pioggia afosa.
La vecchia accudisce due giare
nel sottoscala. Quando piove dalla porta
s’intravedono le lastre del marciapiede,
luccicano come l’olio nella giara.
6
Le statue dei due giovani medici
(avevano subito il martirio)
comparvero. Le offerte
puntate sugli abiti d’oro.
Tra rosari e ceri accesi
la devozione trovava la strada.
Al centro del corteo donne
procedevano in ginocchio
insanguinando lastre di pietra.
Ragazzini stringevano lupini,
castagne secche nelle tasche.
9
Bagnanti impietriscono al sole.
Fanno a gara a perdersi.
Se muovono la testa è lentamente.
Come testuggini.
Per questo il tempo si ferma,
la nudità scavalca ore senza fine,
nei millenni solo la roccia ha ceduto,
nelle ferite si deposita sale. Ossa
e schiene sono sempre le stesse.
11
Se si tratta di onorare qualche santo
lasciando i campi, la scogliera si copre
di tende improvvisate, le stanghe del carro
puntate al cielo. Tolgono le bende
a tegami di pasta, cotta all’alba.
La vecchia vestita di nero prega lei per tutti.
Il cavallo piscia urina rovente.
14
Se onde piccole sulla ghiaia
Si disfano in schiume brevi,
è l’udito il senso più toccato.
Solo in apparenza lo sguardo
è al centro, a sole ormmai caduto
coglie ombre definitive nell’acqua.
L’udito in retrovia accoglie
ritmo, frequenza. Li manda per il corpo,
li appunta in memoria.
dalla sezione Interno con orto
Se un padre, atteso,
compare all’improvviso,
il bambino di sei anni
è assalito da sgomento.
Non sa se godere libero
dell’incontro promettente
o cedere sin d’ora
al vuoto malinconico
della prossima partenza.
Il combattimento è allo stremo.
A malapena lo stipite
sostiene la fronte.
… zitti zitti piano piano
senza fare confusione…
cantava per casa il tenore in falsetto.
Che legame ci fosse tra tono di voce
e imminente partenza di lui
se lo chiese a lungo il ragazzino.
Il motivo invece gli rimase in mente.
Lungomare
Scavalcarono a sera il cancello più alto.
Qualcuno ricordava il vento gelido,
altri, di limoni acerbi,
s’erano gonfiati le tasche.
Finirono col tirarseli.
Chi non c’era stato ne raccolse uno,
spaccato.
Dall’odore che portò in mano
Sentì che c’era stato anche lui.
dalla sezione Il ruggine, il sale
V
Competevano tutti
come fosse a rischio la sopravvivenza.
Inservibili aurore e tramonti
la notte sfuggente,
la lama affilata del giorno, quando colpiva
mostrando la ruggine e il sale,
svelava desideri, risorse.
Violando confini scoprivano limiti.
XIV
Nella stanza al piano superiore
sere solitarie senza tatti senza odori
generanti fantasie.
Nella stanza al piano superiore
inceppava i sensi la solitudine.
La sua necessità dimezzava,
colpiva al centro il corpo
come appare il bastone spezzato nell’acqua.
I sensi, crudi come l’acqua,
restavano a mezz’aria irrisolti.
Era l’ora in cui sembrava desiderabile
almeno una volta
essere schiavo se non padrone.
Da Orchestra, Poeti all’opera
(direttore Giampiero Neri)
Edizioni Lietocolle 2008-11-01
DEL VOSTRO PREMERE LA MANO
SULL’AVAMBRACCIO
Del vostro premere la mano sull’avambraccio,
del vostro aderire con il corpo al nostro
non so se è stato detto abbastanza,
potrebbe sembrare tardivo
anche con le gemme sugli alberi.
Seguiremo l’inclinazione
a goderne senza ringraziamenti
dato che il piacere è reciproco
anche se per l’avventarsi di un’auto
o per il fragore del tram
la vostra stretta si fa più forte.
Si tratta solo di attimi
durante i quali non a caso
si parla d’altro
attenti alla strada, alle storie
che chiedono parole.
I was born in Trieste in 1940 and I have been living in Milan since the nineteen fifties. I taught Italian literature in a Technical Commercial Institute in Milan. After cultivating poetry in private and for few friends for some decades, I began, when I was by then over fifty, to publish my poems. They have been included in several anthologies, magazines and also in web sites. I have published a plaquette of 20 poems with DIALOGOlibri with the title Città alta (2001) and a thicker one with LietoColle editions under the title La ruggine, il sale (2004). I have written and published essays on Italian and foreign authors. I took part for a long time in the editing of the magazine La Mosca di Milano and at present I am editor of the magazine for poetry and research Il Monte Analogo.
Paolo Rabissi