Il corpo e la voce
33 mantra
(posizione del loto - occhi chiusi)
Ruah Elohim!
penoso
Ru-ah Ee-lo-him!
Ruuaah Eloohiim!
Ruah Elohim!
tutto qui?
Ruuaah Eelohiim!
no, no, non va
Ruah Elohim!
Ruah Elohim!
il mento indietro
Ruah Elohim!
(sospiro)
Ruuah Eelohimm
Ruah Elohim!
troppo in fretta
Ruah Elohim!
(sbadiglio)
…………….
Ruah Elohim!
Ruah Elohim!
speriamo che non suoni il telefono
Ruah Elohim!
cantare, il canto
Ruah Elohim!
Ruah Elohim!
lasciarsi andare, andare
Ruah Eloo…himm
(sbadiglio)
Ruah Elohim!
così come viene
……………
su con la schiena!
Ruah E..(sbadiglio)..lo..hiimm
avanti
Ruah Elohim!
ancora
Ruah Elohim!
Ruah Elohim!
(sospiro)
ancora, ancora
Ruah Eelohimmm
sento gli apici dei polmoni
Ruah Elohim!
più lungo
Ruuah Eloohim!
…………
Ruah Elohim!
(ondeggia)
Ruah Elohim!
(un tremito diffuso)
Ruah….Elohim!
più forte
Ruah Elohim!
(sbadiglio)
Ru…(suona il timer)..aah Elo..himmm
………….
tenere gli occhi chiusi
Ruah Elohim!
non pensare, no!
……………..
Ruah Elohim!
ultimo
Ruah Elohim!
(apre gli occhi)
tutto come prima…più chiaro
……………..
più calmo
più vero
……………..
(scioglie la mudra e porta le mani giunte alla fronte)
……………
(si inchina leggermente)
……………
(si alza in piedi)
(va)
La pierre du mot a été jetée pour rien
(R. Barthes)
1.Camera oscura questa notte
d’aprile. Sulla nuvola vedo capovolta
la stazione di Kanda. Doppio addio!
2.Vento di marzo, nube, ti sospinge
verso alte finestre. Tu resisti!
Non alterarti alla vista dei mortali!
3. S’approssima il tramonto. Primavera
annuncia già il ciliegio.
Fischia il tuo treno, direzione Chiba.
4. Dall’alto la strada è pozzo scuro.
Nuvole in alto, riflesso di fanali.
Essere numerosi, grande inganno!
5. Cartelli d’ideogrammi. Sulle punte
dei piedi adocchio un piatto di tempura.
Lei dice: That’s very impolite!
6. La torre di Shinjuku è già satori.
Non più parole! Quale sarà il senso?
Passo e ripasso in treno. In me silenzio.
7. Primo maggio nel verde di un giardino.
Dietro il fogliame si affaccia una montagna
di scuri nembi. Tuona. Prime gocce.
8. Il solco del pennino si richiude
senza lasciare traccia. Vuoto il segno
circondato da rara efflorescenza.
Sfarfallìo di penne sull’armadio
in camera da letto. Quante volte
di notte sillabando alla mia immagine
allo specchio insistente mi chiedevo
se il tempo che trascorre, il martellare
dei clacson, dei motori, quel brusìo
degli umani fra strepiti e sirene
di ambulanze alla fine per forza
avrebbero prevalso costringendo
noi sulle soglie di tanta nullità.
“Giammai!” gracchiava allora il corvo.
Dunque addio, mio io, nuvola passeggera,
lascia l’asilo del mio corpo, spenta voce,
sciogliti al far dell’alba, nero abbaglio.
a Umberto e Alfredo, naviganti
Raggiungendo le torbide lagune
da canali che solcavano pianure
solo intraviste, ormai dimenticate,
manovrare col piede anche col remo
e scivolare sulle vie della palude
fra ingannevoli acque e nei riflessi.
Così andiamo all’approdo confidando
nella instabile realtà di terraferma,
noi come ciechi a fuggevoli visioni,
righe su righe, macchie fra le macchie.
Due, forse tre saranno lente chiatte
che sfidano pulsando questo nostro
accostare maldestro e nel fervore
più chiaro delle scie senti l’appello
di prossime riviere. Già si annuncia
l’ora dei gavitelli e degli ormeggi.
Sempre la terra inquieta il navigante
con l’immobilità delle radici. La risacca
presto ci attirerà di nuovo fra le calme
del largo o le tempeste. Interminato
salpare pretende il nostro cuore
di nocchieri giunti a riva del gran fiume.
Mehr Licht, mehr Licht!
Goethe, morente
La luce, che cos’è? Rispondo ricordando
quando alla stazione del metrò di Lanza
eri discesa dall’auto sorridendo
tu col tuo amico e all’improvviso
tutto era apparso vuoto, un po’ più scuro,
grigia fuori Milano oltre i cristalli
impolverati. Ed ecco ti allontani
sotto l’ombra dei tigli nel viale.
Fossi tornato in quel luogo a tarda sera
avrei visto ancora lucciole fra i rami
segnalare abbagliate il tuo passaggio.
Ho conservato solo l’oro del tuo sguardo
come antidoto alla vita che mi aggrava
e luce, ancor più luce, da te attendo.
a P. nata a Rodi il 19 marzo 1943
Quasi dispiace abbandonare Rodi
anche se sempre un’isola ci attende
altre coste fronzute altri villaggi
silenziosi più uguali dove incalza
la fuga dei tramonti il quotidiano
ticchettìo del presente.
Con le doppie
triple muraglie torri minareti
Rodi mi ha richiamato in queste strade
selciate un po’ dirute e qui ho cercato
la finestra il sottarco il barbacane
che sostenne la culla e diede inizio
al tuo corso vitale destinato
a fondersi col mio senza il riparo
di bianchi baldacchini.
Juderia
si chiamava. Traversando
la vuota sinagoga una guardiana
ciarliera sefardita mi aprì un varco
al sole del cortile al pozzo antico
alle foto che si arrestano alla data
solo per noi felice del tuo ignaro
inizio d’esistenza.
Era arrivato
il tempo delle stragi. Ora ci resta
rigida la figura di una sposa in frac
questo sposo marito per sei giorni
biciclette sul prato quattro amici
troppo ridenti al clic dell’obiettivo
nella stiva di un cargo in verticale
il passo del fuggiasco in trasversale.
la verdissima gloria del mattino
il fragore dell’onda che si volve
contro la costa e il soffio di ponente
che sfoglia un canovaccio sull’altare.
Altrettanto compiuta fu bellezza
che t’accolse giungendo a questo esilio
Silverio che nel nome
ci dichiari foreste di cipressi
pini d’Aleppo e cedri oscuri
del tuo Libano afoso. Presto qui
avrai potuto immaginare Cristo
eretto e macro fra i mirti e l’elicriso
con gli spruzzi del mare benedire
le nostre solitudini petrose.
E questo stazzo diventare chiesa.
Ho rivisto la strada un po’ privata,
spesso deserta e poco illuminata
che sbocca in una piazza circolare
dalle parti – mi sembra – di Pagano.
L’avevo attraversata disattento.
Ripetere quell’atto ora dovevo
e giungere a un’edicola scambiando
qualche cenno d’intesa. Non importa
chi mi saluta. E’ come se incontrassi
il più vero me stesso e gli altri tutti
ora e per sempre. E qui vorrei restare.
Ho camminato calcando erbe taglienti,
punto dai cardi e da schegge di conchiglia.
Mi arresta questo rivo. Qui la vita
si regola col sole, con le stelle. Là nessuno
conosce tempi e segni. Vagabonde
divinità frequentano i canneti,
appaiono e scompaiono. L’infosso
ci ripara dai venti e non c’è guado.
Qui è finito il mio viaggio. Mi distendo
accanto al Liscia che torna nel suo mare.
Tu che sei stato nuvola nel cielo,
pioggia poi nei valloni e nelle forre,
che hai vissuto il destino d’esser fiume
sonoro fra le ghiaie, qui divieni
laguna per gli aironi e regredisci
a stagno fra le canne. Poi sospinto
da pulsioni tortuose t’intrometti,
a forza in questo solco e trovi
l’onda che batte e ti dissolve ma egualmente
qui giungi amato. E la salsedine t’accoglie.
Da Atlante del nomade
Lietocolle 2005
Quasi Venezia quasi
libertà vò cercando sulle note
di un impasto sinfonico di fondo
archi ben delineati fuori scena, piatti, un po’ di corni,
pedalando giù per il corso – che non è Giovecca –
col canale che scorre al suo divario
e si dilegua, valeva sì la pena aver vissuto
secoli di laguna e pedalare ancora con vigore
col viso di un autunno d’altri tempi, grigio il cielo,
calmo senza storia, così quasi da sempre. E ancora
odo la sinfonietta e la cadenza alterna
della ruota che scivola leggera
che segnano l’orizzonte fuori porta e la campagna
che attende piatta, oscura, solitaria insomma
tale da poter vivere ogni giorno in cui brillava
(si fa per dire) la vita quieta di un artista, quella
che dà soddisfazione a ripensarci, a riviverci qui
mentre avanzo e pedalo a fianco del guard-rail
lucide come statue un po’ bagnate, più consunte
come noi dagli anni. Vita mia che è stata e che mi mise
cui scrivevo seriose lettere di stimolo e conforto
invitando a produrre di più, a più levar sottili
qualità come forse ne poteva scrivere quel Nietzsche
pedalando a Torino assai commosso
per l’incontro coi cavalli di piazza, un nodo in gola
di felicità inespressa e denso
del mio.
Fra due ponti, il doppio azzurro e il giallo,
il Sumìda oleoso fa una curva,
anzi un inchino. Allora questo groppo
di rocce levigate dalle piene, il ruscello,
la congerie dei pini e delle felci
era il corredo che Basho abbandonò
quando mosse al suo zen peregrinare.
Di lui, del capanno nulla resta. Immagini,
apparenze. Il mu ( ) ci attende sulla cima
della scala di pietra. Un tempo senza tempo
contrasta il permanere dei suoi versi.
Wandering Basho liked many places.
This over all. Do you wonder why?
To his ear five Gods
Whispered the advice.
Sendai, 1° maggio 2000
Da Dizionario
Book Editore, 2001
Guidato dalla mano di mamma ho viaggiato
sui verdi tram fra file sfuggenti di platani
e gelsi diradati dall’autunno al sole
già un po’ inclinante verso la lunga vampa
del tramonto.
Là tu ci aspettavi, Anita
(anzi zia Anita, piacente improbabile consorte
di un invisibile cuoco), al quarto piano
del semivuoto palazzo, via Ponte Seveso
cinquantatré.
Qui ben presto la mamma scompariva
ingoiata dal poker e quando i giochi
annoiavano ormai e la gran notte
accendeva le luci alla finestra illividendo
tappezzerie gialline, oh galoppare
nel buio delle strade, oh penetrare
le ambigue stanze illuminate e vuote
della casa di fronte o chi si muove in quelle
più distanti laggiù sul terrapieno
dei binari di Greco ormai confuse
fra i fanali dei treni o le lanterne cieche
dei manovratori.
Segni d’impazienza
del mio arrivo mancato erano i fischi di lontane
locomotive in attesa sulle rive della notte.
Vai dunque piccolo cuore palpitante, osa
sicuro come in terre promesse o in un deserto
destinato a fiorire!
Intanto mamma
tenta di là l’ultimo colore o qualche impervia
scala reale. Mazel tov!
Ultimi giorni del’96
Da 7 Poeti del Premio Montale
All’insegna del pesce d’oro
Scheiwiller, 1999
Born in Pesaro from a sephardi mother, METEEN NASR graduated in Greek and Latin philology and has then taught Italian literature in a state high school. He has extensively travelled in Europe, in Africa and in India and other regions of Asia, pursuing and achieving a personal and cultural transformation of his own. A translator and essayist, he is also the author of a verse translation of Callimachus’ epigrammes from the Palatine Anthology. In 1998 he was awarded the Montale Prize for unpublished works and fifteen poems by him have been published in the book 7
Poeti del Premio Montale published by Vanni Scheiwiller, All’insegna del pesce d’oro, Milan, 1999. One of his poems Il volo (the flight), illustrated by fragments by Simonetta Errante has been published in the Pulcinoelefante editions, N°2906, 1999. In 2001 Book Editore published a collection of his poems entitled Dizionario with a note by Giampiero Neri. In 2004 seven of his poems, Original Impressions of Milan, illustrated by engravings and lithographs by Simonetta Ferrante were published in a numbered edition by Giorgio Upiglio , under the title Il solco del pennino (the track of the pen-nib). In the same year seven more poems of his were published by Signum edtizioni d’arte, Bollate, together with drawings and pastels by the painter Fernando Picenni. The texts of the last two editions have been reproduced in a more recent collection of his poems, published in 2005 by the publisher LietoColle with the title Atlante del Nomade. Five of his poems are included in the antologia Orchestra – Poeti all’opera N° 2 (poets at work) edited by Giampiero Neri, published by LietoColle in 2008. Other texts by him have been included in magazines
and collections of poems, also on-line. He was the editor of the magazine of poetry and research Il Monte Analogo and he contributes with essays and book reviews to other literary magazines such as Il Segnale and La mosca di Milano.
E-mail: s.chiappori@tin.it